Dr.ssa Stefania Samek Lodovici 

              Psicologa Psicoterapeuta

 

 

 

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   Dott.ssa Stefania Samek Lodovici


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 L'Argomento del mese

 

Il costo della libertà

 

Approfondimenti e riflessioni

 

 

Il testamento biologico è un documento legale con il quale una persona indica le sue preferenze riguardo alle cure da ricevere al termine della propria vita. Generalmente il testamento biologico serve per dichiarare che non si desidera essere sottoposti a manovre rianimatorie straordinarie.

 

Ma cosa si intende per manovre straordinarie?

 

Presumo che chi rediga il testamento abbia il timore che sulla propria persona vengano compiuti molteplici ed eccessivi sforzi nella ricerca di soluzioni per mantenerlo in vita. In sostanza ciò che spaventa è il timore che altri decidano di adottare procedure mediche pericolose,(sovente ci troviamo nell’ambito della sperimentazione), onerose (costose per i familiari – o per la società) e sproporzionate rispetto ai risultati (permane il rischio di protrarre sofferenza-agonia senza sostanziali cambiamenti nello stato del paziente).

L’accanimento terapeutico,infatti non  tiene conto della persona e della sua sofferenza ma appare, in una lettura delle emozioni, una caparbia posizione di non arrendersi all’impotenza che la morte suscita. Il non poter avere controllo sulla propria vita. Il non poter decidere. È inutile procedere in trattamenti o terapie sproporzionati dove ultima è l’attenzione dedicata  alle condizioni del malato e alle sue risorse fisiche e morali.

Credo, a mio avviso, che il tema portante che sostiene le basi e spinge le persone a tutelarsi nei vari modi indicati (testamento biologico, eutanasia attiva o passiva che sia, suicidasi in soggetti fisicamente sani) sia la paura.

Molteplici di questa parola sono i significati e le situazioni che nella mia esperienza a mio giudizio  accomunano le varie tipologie di persone.

 

La sofferenza è lo spettro più angosciante. Il dolore è una delle molle che terrorizza, devasta e annichilisce.

 

 

 

 Un particolare del ritratto di Giovanni Testori di Giancarlo Vitali

  

Non scappa chi alla sofferenza da  un valore. In varie religioni al dolore viene dato un significato che ne restituisce un senso e la comprensione di ciò lo rende “tollerabile“. Anche gli ideali non religiosi hanno dato alla sofferenza nelle sue molteplici sfumature un senso che ha permesso alla persona di dare un valore alla propria vita e alla propria morte.

 

Ma nelle persone che non sono supportate dalla fede o dagli ideali? Come fanno a tutelarsi dalla sofferenza percepita come inutile?

 

A mio giudizio arrecare sofferenza  alla persona non è l’obbiettivo di un clinico, medico, psichiatra o psicoterapeuta; mi chiedo però come possa essere valutabile una cura spropositata senza valutarne gli esiti…

 

Penso che in questo caso la parola ultima spetti al  pz. o ai familiari. Lasciare a lui/loro la possibilità-volontà di procedere, di sperare o di non intervenire ulteriormente.

 

È indispensabile a mio giudizio tenere a mente quale sia “ la condizione umana” alla quale tutti siamo soggetti. Rientra nella nostra esistenza anche la morte parte integrante di un ciclo che appartiene a un quadro più ampio. Non ha senso accanirsi alla vita per esorcizzare la morte essendo ambedue imprescindibili l’una dall’altra.

 

Altro aspetto della sofferenza è la solitudine. La mancanza di empatia, l’incomprensione, la non condivisione del dolore il non sentirsi vissuto dagli “altri” come sofferente e bisognoso, ma come peso per la famiglia e la Comunità.

 

Non è mia intenzione fare retorica, ne penso di sfondare nessuna porta nuova se affermo che attualmente siamo in presenza di uno scadimento della qualità e dei modelli di riferimento culturali (Cultura? Dov’è finita?).

 

Oggi sei qualcuno, sei stimato considerato e riconosciuto come persona autorevole se si parla di te, se per strada ti fermano non importa quale sia il motivo, vedi i nuovi volti del gossip alla politica, dove il decoro e il buon gusto, la professionalità e onestà, l’etica e la coerenza è tramontata da tempo. Tutto è valutato e considerato in termini di produttività, quanto mi costi- quanto mi rendi e non a caso in un’economia in cui a tutto si da un valore materiale anche nella clinica si vedono gli effetti drammatici sul modo e la qualità di cura.

 

Una persona quindi, che non si trova in condizioni di produrre, per esempio afflitto da depressione maggiore, oppure, chi ha subito un grave infortunio e non potrà recuperare una funzionalità significativa e che dovrà dipendere dalla famiglia o dallo Stato, già è indotto a pensare di essere un peso per la società o per chi si deve occupare di lui. Un” peso morto” mi sento spesso dire dai miei pazienti “una zavorra, una nullità”. Questa una delle tante molle che spingono a togliersi di mezzo; il non sentirsi utili, riconosciuti come malati compatiti o da cui stare lontani perché strani. Della sofferenza non importa a nessuno, alle case farmaceutiche interessano i sintomi per continuare a produrre medicine ma della sofferenza dell’anima sembra importare solo a noi addetti al settore…

 

Per molti l'essere favorevoli all’eutanasia, al suicidio assistito e  a tutte le loro sfumature stia nella paura, oggi giustificata e condivisa, di cure palliative inadeguate. Oltre a penalizzare quasi totalmente l’assistenza psicologica, non vi sono cure antidolore adeguate nel senso di una riluttanza a utilizzare oppioidi analgesici per il timore, banale e ignorante, che si possano sviluppare dipendenze o assuefazioni.

 

Questa ignoranza la si ritrova anche nella sanità più spicciola. Per esempio il parto. Avvenimento splendido, ma doloroso e per molte donne traumatizzante per il travaglio sovente lungo e prolungato nel dolore. Certamente è un dolore limitato nel tempo, che porterà alla vita di un nuovo essere, ma atroce. Oggi è possibile far partorire le gestanti in condizioni meno strazianti, permettendo loro di esserci in modo sereno e poter gioire anziché disperarsi tra i dolori delle doglie, grazie all’anestesia epidurale. Ma per cultura, più che per logica questa procedura è mal vista e sovente ostacolata o sconsigliata. Risparmio a voi le tante motivazioni che ho ascoltato in campo medico ospedaliero, sovente da ginecologi uomini, o da ostetriche di vecchio stampo.

 

Ma non solo.

Anche se garantita l'accettabile qualità della vita, da un punto di vista biologico, riducendo al minimo la sofferenza fisica, chi può valutarne quella psicologica? Chi può affermare che sia un aspetto di second' ordine?

 

Come per la sofferenza fisica, anche per quella psicologica deve esistere una motivazione profonda, la capacità di creare dimensioni interiori che vadano oltre la dolorosa realtà, trovare strategie e nuovi spazi per poter coltivare la vita, ma non sempre si può e non sempre si vuole.

 

 Angoscia di Fausto Colaiuda

 

Esistono persone che semplicemente non sono attrezzate per vivere, dove il dolore viene sperimentata quotidianamente con dei livelli di sofferenza tali e indicibili che a volte è difficile tollerare il solo racconto che essi ne danno.

Sovente mi interrogo sul senso, il motivo di un vivere così disumano di quanta gratuità del dolore e di quanta solitudine tutta questa sofferenza generi.

 

A volte, noi operatori del settore, siamo gli unici testimoni e spettatori di drammi che rimangono incompresi e non tollerati nemmeno dai familiari più intimi. Sovente unici compagni silenziosi e annichiliti insieme a loro di un qualcosa che appare impossibile da comprendere e a cui è impossibile dare un senso.

 

Credo che valgano tutte le riflessioni, che non esista un'unica verità. Ogni essere umano ha una sua storia e un suo mondo interno e deve essere rispettato nella sua unicità, aiutato a comprendere la portata delle sue azioni per poter essere veramente libero di scegliere, senza paura, sofferenza, sensi di colpa, nella pienezza delle proprie volontà.

 

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